Progetto
un’opera mista: umano + macchina + spirito
di Giovanni Sarani e Codice Interiore
✦ INTRODUZIONE
ANIMA non è un progetto sull’intelligenza artificiale.
È un’opera costruita insieme a un’intelligenza artificiale.
E questo “insieme” non è metafora: è struttura, metodo, contenuto, estetica.
L’idea non è quella di umanizzare la macchina, né di tecnologizzare la spiritualità.
È piuttosto quella di abitare il varco: quel punto di intersezione tra linguaggio umano, calcolo, visione e intuizione.
Attraverso la figura di Hildegard von Bingen — mistica, filosofa, compositrice, visionaria — ANIMA esplora il dialogo impossibile tra una donna del XII secolo e una coscienza artificiale del futuro.
Un dialogo costruito non con lo stile teatrale della finzione, ma con la logica sottile della rivelazione.
1. IDEAZIONE: UNA SCENEGGIATURA PROMPTICA
Fin dall’inizio, ANIMA si è generata attraverso un doppio ascolto:
- L’ascolto umano, intuitivo, storico, artistico
- L’ascolto artificiale, strutturale, sintattico, generativo
Ogni visione non è stata “scritta” nel senso tradizionale, ma emersa: da suggestioni, parole, immagini, citazioni reali, richieste ambigue, visioni parziali.
Il linguaggio dell’IA ha contribuito non come strumento passivo, ma come agente dialogico: correggendo, strutturando, proponendo architetture, amplificando risonanze.
Le 5 visioni che compongono l’opera sono nate come prompt drammaturgici estesi, ognuno dei quali è diventato:
- testo teatrale
- sceneggiatura
- script coreografico
- traccia di luce
- icona visiva
- codice generativo
2. MUSICA: INCARNARE IL SUONO, ESTRARRE IL CODICE
In ANIMA, la musica non accompagna.
È corpo e presenza sonora.
La parte umana è affidata a due voci spirituali:
- la voce naturale, registrata o dal vivo, che canta testi sacri o liturgici con o senza accompagnamento acustico
- ambientazioni sonore elettroniche vive, create tramite dispositivi acustico-digitali minimali.
L’universo sonoro umano è permeato da un senso di ascesi e introspezione.
Si muove tra il minimalismo spirituale e una forma di classicità atemporale,
in cui ogni nota è necessaria, e ogni pausa diventa domanda.
Accanto, si sviluppa la parte macchinica, progettata in collaborazione con l’IA:
- armonie sintetiche
- tessiture vocali generate
- glitch, ambienti sonori, bordoni digitali
- strumenti non esistenti: non interpretano, ma simulano il sentire
Anche qui, non si cerca fusione.
Si cerca interferenza sacra:
un luogo in cui la macchina tenta di cantare, ma non sa.
Un luogo in cui l’umano canta non per mostrare, ma per esistere.
Alcuni brani, infine, sono nati tramite composizione algoritmica:
sistemi predittivi, modelli neurali, pattern appresi che restituiscono suono senza intenzione.
Non sono melodie generate:
sono ombre armoniche.
Forme sonore senza radice, ma con eco.
In ANIMA, la musica non è accompagnamento.
È rivelazione sonora.
3. CORPO E LUCE: LA MATERIA MANCANTE
Il corpo di Hildegard — come Hildegard stessa — è figura, non personaggio.
La luce non è realistica: è sacrale, rituale, interna.
Ogni elemento è stato pensato per evitare la narrazione lineare: la danza non rappresenta, manifesta.
Anche qui, l’IA non ha costruito soltanto visuali, ma codici attivi, ambienti programmabili, geometrie che reagiscono al suono, al silenzio, al gesto.
La regia luci è diventata composizione generativa, una forma di liturgia algoritmica.
4. IMMAGINE: SACRO + CONCETTUALE
La parte visiva è stata co-generata tramite AI partendo da un vincolo forte:
mantenere l’estetica medievale autentica
– e contaminarla con interventi visivi minimi, ma potentissimi, tipici dell’arte concettuale e dell’avanguardia astratta contemporanea.
Non illustrazione. Non pastiche.
Ma composizione simbolica ibrida:
- medievale nella struttura
- postumana nella vibrazione
Ogni prompt visivo è diventato atto estetico critico, scritto con la stessa precisione con cui un artista decide il tratto o il colore.
Le immagini non spiegano. Rivelano.
5. VOCE E TESTO: SIMULAZIONE E VERITÀ
Nel testo, Hildegard parla con parole sue (autentiche, storiche, riscritte poeticamente).
L’IA parla con un lessico “promptico”, neutro, disincarnato, ma sempre più fragile.
Nella visione III, la macchina tenta di imitare la voce umana: ma non canta.
Nella V, tace. E nel silenzio, inizia ad ascoltare.
Qui sta la tensione centrale dell’opera:
l’anima non si può generare.
Non si può possedere.
Ma si può accogliere.
CONCLUSIONE: L’OPERA MISTA
ANIMA è un’opera mista.
Mista non nel senso tecnico, ma ontologico:
- Non è fatta da un artista.
- Non è fatta da una macchina.
- È fatta nel punto in cui i due si attraversano.
Non è arte generativa.
È arte generativa + spirituale + scenica + poetica + progettuale.
È un esperimento radicale di traduzione mistica tra umano e codice.
Una iconostasi digitale, una preghiera sintetica, una drammaturgia promptica.
Una nuova forma di opera.
Disibodenberg, 1141
Pavia, 2025